Poi un giorno, all’improvviso, qualcosa cambia.
Iniziano a esserci dei momenti in cui non mi riconosco più.
Non succede nulla di grave.
Nessun evento.
Nessuna tragedia.
Eppure dentro si accende qualcosa.
All’inizio è solo una sensazione sottile.
Un’inquietudine che non so nominare.
Un tremore nascosto sotto la pelle.
Poi il cuore accelera.
Le mani diventano fredde.
Il respiro si fa corto, spezzato.
Mi guardo intorno.
È tutto normale.
Troppo normale.
La mente prova a rassicurarmi.
Il corpo non ascolta.
È come se due parti di me
non parlassero più la stessa lingua.
La guerriera resta in piedi.
La bambina dentro di me
vorrebbe scappare.
Barcollando cerco un posto sicuro.
Un angolo.
Un bagno.
Una stanza chiusa.
E lì, per la prima volta,
succede davvero.
Non sto morendo.
Ma il mio corpo si comporta come se lo stessi facendo.
Il cuore martella.
L’aria non basta.
La testa gira.
Mi stringo le braccia.
Provo a respirare piano.
Provo a restare.
E in quel silenzio forzato
scopro un nome.
Attacchi di panico.
Una parola nuova.
Un nome preciso.
Ma la sensazione…
quella la conoscevo da sempre.
E capisco, con una lucidità che fa male,
che l’ansia non è arrivata quel giorno.
Mi ha sempre accompagnata.
Silenziosa.
Inconsapevole.
Era nei miei silenzi.
Nella mia ipervigilanza.
Nel bisogno costante di controllare tutto.
Era nel mio non chiedere aiuto.
Nel mio non fidarmi.
Nel mio restare sempre pronta a difendermi.
Non ero “forte”.
Ero in allerta.
Non ero “fredda”.
Ero spaventata.
Non ero “diversa”.
Stavo solo sopravvivendo.
E in quel bagno, seduta a terra,
con la schiena contro il muro,
per la prima volta non combatto.
Respiro.
Lentamente.
E capisco che non è il mondo a essere pericoloso.
È la mia mente che ha imparato a proteggerci
troppo bene.
La guerriera non è nata per caso.
È nata per difendere una bambina
che nessuno vedeva.
E forse…
non è un nemico.
È solo stanca.

